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I nostri maestri

Febbraio 2026

Parlare di maestri non significa parlare solo di figure accademiche o di grandi nomi inscritti nella storia. Un maestro è qualcuno che ci insegna a guardare meglio. A volte lo fa con le parole, altre con i gesti, altre ancora mostrando un metodo, un rigore, una postura nei confronti del proprio mestiere.

I maestri si possono rintracciare ovunque: in un’aula universitaria, in uno studio, in un cantiere, in un borgo di montagna o in un ambito apparentemente lontano dall’architettura. Riconoscere un maestro significa accorgersi che qualcosa, dopo quell’incontro, ha cambiato direzione dentro di noi.

L’incontro con Remo Buti

Prima di passare alle ispirazioni più conosciute, il nostro studio ha una particolarità: che la maggior parte dei soci fondatori, e non solo, ha avuto la fortuna di incontrare, durante il proprio percorso universitario, Remo Buti. Chi ne è stato studende, chi addirittura assistente, ma tutti ne sono stati influenzati.

Un incontro determinante, non solo per ciò che insegnava, ma soprattutto per il modo in cui raccontava l’architettura.

Con Buti l’architettura non era mai solo progetto: era racconto, visione, pensiero critico. Il suo minimalismo era profondo, lontano dalle semplificazioni estetiche contemporanee. Un minimalismo che nasceva dalla sottrazione consapevole e dalla conoscenza.

L’arredamento, per lui, non doveva essere protagonista, ma accompagnare lo spazio e chi ha avuto la fortuna di andare a casa sua, si sarà reso conto quanto per lui, già a quei tempi, il dialogo con l’esterno fosse fondamentale. La sua casa era lunga e stretta, molto minimale, con arredi costruiti e ideate su misura, ma da una delle due estremità si vedeva il duomo, in tutto il suo splendore. I suoi riferimenti spaziavano dall’arte al design, in una visione ampia e trasversale che ha lasciato un segno duraturo nel nostro modo di progettare.

Accanto a lui, ci sono stati altri maestri lucchesi, figure forse meno note ma profondissime come Piero Menichetti e Mario Mariani. Personaggi ironici, colti, capaci di stare nel progetto con leggerezza e profondità insieme. Ciò che li rendeva davvero ispiranti non era solo ciò che facevano, ma il modo in cui lo raccontavano: i progetti, l’arredamento, le scelte. Erano consapevoli di ciò che volevano, di ciò che facevano e di ciò che dicevano, ed era questa chiarezza a trasformarli in maestri nel quotidiano.

Oltre l’architettura

Quando si parla di influenze e ispirazioni però, è riduttivo limitarsi all’architettura. Progettare infatti significa, prima di tutto, cambiare punto di vista. Per farlo è necessario affacciarsi ad altri linguaggi. Esistono persone capaci di reinventare il modo di raccontare, di rappresentare, di mettere in scena la realtà.

Pensiamo a Dario Fo: il suo linguaggio era totalmente personale, laterale rispetto al canone, eppure parlava delle stesse cose di sempre. Le rimetteva in scena da un’altra angolazione, dimostrando che il modo in cui si racconta qualcosa può cambiarne radicalmente il significato.

Lo stesso vale per i Pink Floyd, capaci di inventare un nuovo modo di fare musica e spettacolo, trasformando il concerto in un’esperienza spaziale, immersiva, narrativa. Hanno rivoluzionato il loro settore non aggiungendo, ma cambiando struttura.

O ancora Francesco Nuti, con i suoi personaggi fragili, disallineati, capaci di rompere la scena con apparente leggerezza. Un modo diverso di stare dentro il racconto, che sposta lo sguardo e apre possibilità nuove.

Insomma, ovunque ci guardiamo attorno, tra coloro che hanno fatto la storia troviamo persone che hanno avuto la capacità di guardare diversamente qualcosa che era sotto gli occhi di tutti. Ed è esattamente questo che chiediamo anche all’architettura.

Imperfezione e bellezza: Renzo Piano

Questo pensiero prende forma anche a seguito di una recente intervista di Renzo Piano, nella quale l’architetto ribadiva con forza come l’architettura abbia sempre un ruolo sociale e come la bellezza non sia mai disgiunta dalla bontà. Fare architettura, per Piano, significa lavorare su un progetto che non finisce mai davvero: c’è sempre qualcosa che si potrebbe migliorare, correggere, affinare. Ma quella perfezione assoluta non è raggiungibile.

È proprio in questa distanza che nasce la bellezza. Un progetto può essere bello perché è imperfetto, umano, vivo. Perché porta con sé il segno del tempo, delle scelte, delle mani che lo hanno attraversato. È un’idea che sentiamo profondamente nostra.

Lo si ritrova, ad esempio, nel pavimento del duomo di Siena o in tanti mosaici delle chiese antiche: c’è sempre un punto che non torna, una lieve irregolarità, un dettaglio fuori asse. Ed è proprio questo a renderli unici, preziosi, memorabili.

I veri maestri sono tali perché prendono sul serio il proprio mestiere. Perché ricercano, approfondiscono, mettono in discussione. E così facendo riescono ad allargare i confini del possibile.

I maestri del quotidiano

Ma veniamo forse ai maestri più straordinari, quelli anonimi e silenziosi. Ci sono infatti maestri, e sono tanti, che non hanno mai scritto trattati né insegnato in un’aula universitaria, ma che hanno lasciato un sapere potentissimo inciso nello spazio.

Il centro storico di Lucca ne è un buon esempio: un organismo nato in modo spontaneo, senza un disegno unitario, eppure incredibilmente coerente. Le strade, le corti, i pieni e i vuoti costruiscono un equilibrio che funziona ancora oggi. Non è il risultato di un gesto autoriale, ma di una somma di intelligenze pratiche, sedimentate nel tempo. Lo stesso accade nei borghi della Garfagnana. Luoghi isolati, privi di scuole di architettura, di manuali o di scambi continui. Eppure capaci di generare strutture straordinarie. Case addossate, murature spesse, soluzioni ingegnose come i metati. Chi li ha progettati? Contadini, pastori, persone comuni che hanno costruito osservando il clima, il terreno, le risorse disponibili. Un’architettura nata dalla necessità, ma governata da una profonda intelligenza del luogo.

Quando oggi ci troviamo a ristrutturare rustici o edifici storici, restiamo spesso colpiti dalla qualità strutturale e spaziale di queste architetture. Dietro non c’era una teoria, ma un metodo implicito, trasmesso per esperienza, per imitazione, per tentativi.

Se allarghiamo lo sguardo poi, lo stesso vale in tutto il mondo. Studiando o trovandosi di fronte ai resti di civiltà come quella dei Maya, si resta senza fiato. I Maya infatti erano sì una società arretrata sotto molti aspetti, ma tuttavia esano in grado di costruire secondo una straordinaria complessità e potenza simbolica. Le loro strutture dimostrano come la capacità architettonica non dipenda dal progresso tecnologico, ma da una conoscenza profonda dello spazio, della materia e del rapporto con la natura.

È infatti solo lei, la natura, la vera grande maestra.

È da lei che provengono molti dei nostri riferimenti più profondi e spesso istintivi.

Ettore Sottsass diceva: «mi piace fare una casa non sulla collina, ma nella collina»: un’affermazione che non riguarda solo l’inserimento paesaggistico, ma un atteggiamento progettuale preciso. Non imporre una forma, ma ascoltare ciò che esiste già. Allo stesso modo, Galileo Galilei affermava che non si inventa nulla che la natura non abbia già inventato. Un principio che vale ancora oggi.

Inoltre, se ciò non bastasse, è importante ricordare che la natura lavora su più scale contemporaneamente, come l’architettura: dal grandissimo al dettaglio. Ci insegna il ritmo, la proporzione, l’equilibrio tra pieni e vuoti e tra chiusura e apertura. Ci insegna che ogni elemento ha una funzione e che nulla è superfluo.

Quando progettiamo, soprattutto in contesti toscani, il dialogo con l’esterno diventa centrale. Oggi, infatti, creare bellezza non significa più solo disegnare bene un interno o una facciata, ma costruire un rapporto equilibrato tra dentro e fuori, tra costruito e paesaggio. La natura non è uno sfondo: è una vera e propria maestra, capace di guidare le scelte progettuali con una coerenza che il tempo continua a confermare.

Perché oggi trovare maestri è più difficile

Oggi i maestri sembrano più rari, e non per mancanza di talento, ma per un cambiamento profondo del contesto culturale e disciplinare. Per secoli l’architettura si è mossa all’interno di un sistema di regole condivise: le stesse proporzioni, gli stessi principi costruttivi attraversavano il Quattrocento, il Settecento, l’Ottocento. Le differenze stavano nello stile, non nel metodo.

All’inizio del Novecento arriva però il razionalismo, che spazza via quelle regole storiche. È una rivoluzione necessaria, potente, guidata da una logica forte: funzione, struttura, chiarezza. I maestri del razionalismo non negano il passato, lo mettono in discussione con metodo. Ma con il passare del tempo, quella rivoluzione si è trasformata in una progressiva demolizione di ogni riferimento condiviso.

Oggi ci troviamo spesso senza regole comuni. E senza regole, diventa più difficile riconoscere i maestri. L’architettura contemporanea è sempre più legata alla figura dell’architetto e alla sua firma, più che a una corrente, a un territorio o a un periodo storico. Tutti possono fare tutto, ovunque.

A questo si aggiunge il ruolo della tecnologia. Un tempo le finestre erano piccole per proteggersi dal freddo e dal vento; oggi possiamo permetterci grandi vetrate ovunque. Un tempo i materiali erano pochi e locali; oggi sono potenzialmente infiniti. Questa libertà tecnica, se non guidata da un metodo, rischia di produrre architetture slegate dal contesto, intercambiabili.

Il risultato è una disciplina ricchissima di possibilità, ma povera di riferimenti condivisi. Ed è qui che nasce il dubbio: l’architettura che stiamo costruendo oggi sarà ancora capace di parlare tra cinquecento anni? O rischia di appartenere a una logica di consumo rapido, dove anche lo spazio diventa usa e getta?

Forse oggi più che mai è fondamentale tornare a trasmettere metodi e processi, più che soluzioni finite. Insegnare come si guarda, come si ascolta, come si progetta.

Essere maestri significa condividere ciò che si sa. Perché comunicare il proprio sapere è il modo più potente per restare, anche oltre la propria esistenza. Più ancora che costruire un edificio, più ancora che costruirne centro, trasmettere un pensiero è ciò che, ancora oggi, è in grado di attraversare il tempo.

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